RACCONTI A CASO: La Corea del Nord ai Mondiali di calcio

coraLa Corea del Nord ai Mondial di calcio.

“Pagliuca, miracolo!”
(Bruno Pizzul)

«Capo, siamo nella merda» il luogotenente Xiao Ping aveva la fronte piena di goccioline di sudore, gli occhi a palla e la camicia militare tutta fuori dai pantaloni.

«Che cazzo di un Buddha succede?» il Leader nordcoreano, Maxioi XII, si sradicò il sigaro da bocca «È per via di questi cazzo di Mondiali di calcio, vero?» tonò.

Xiao Ping fece rimbalzare il faccino giallognolo, le mani erano diventate due Black&Decker fuori controllo. «La squadra ha perso col Brasile».

«Quanto?» ribatté nervoso Maxioi.

«Due a uno»

«Troppo. Che umiliazione! Al ritorno in patria, dateli in pasto alle scrofe»

«Sissignore, sarà fatto!»

«Bene. Ora pensiamo a cosa dire alla Nazione…».

Il Leader Maxioi XII si grattò le chiappe, poi decise che avrebbe parlato al popolo in diretta televisiva dopo il telegiornale delle 20. Anzi, avrebbe fatto ancora di più. Avrebbe condotto lui stesso il telegiornale delle 20. E forse, dopo, si sarebbe nominato Super Leader, una carica nuova per dare più lustro al Paese, bisognoso di maggiore lustro secondo le sue ultime ricerche statistiche.

«Allestite lo studio delle conferenze, si va in scena, Buddha incatramato!» strillò, poi si diresse verso la sala trucco.

Ore 20, nello studio delle conferenze.

«Cari compatrioti, chi vi parla è il vostro Leader Maxioi XII, figlio del fuoco e di Maxioi XI l’impavido, creatore del mondo, del frigorifero e della scaltrezza» Maxioi XII fece una pausa molto teatrale e si inumidì le labbra carnose «La nostra nazionale di calcio, la nostra gloriosa nazionale di calcio!, come ben sapete si trova in Sudafrica per giocare i Campionati del Mondo. Un drappello di eroi che onorerà il nostro Paese e che ha già battuto la nazionale dei giocolieri brasiliani per una rete a zero! Viva la Corea!» partì un fragoroso applauso preregistrato «Al via le immagini dell’impresa».

Sul video apparvero gli highlights della partita, commentate dal Pizzul nordcoreano: Pal Xo Pai, l’unico cronista sportivo del paese, che oltre a commentare le partite della nazionale, tutte quelle del campionato maggiore e firmare ogni pezzo di ogni edizione giornaliera della Gazzetta dello Sport coreana, era anche il genero di Maxioi XII.

Pal Xo Pai sembrava un tarantolato, mitragliava parole più velocemente del Paolo Bonolis coreano e grugniva di gioia per ogni contrasto vinto dalla squadra in maglia rossa. Le azioni salienti erano state sapientemente montate per garantire al pubblico la visione della netta supremazia coreana, tramutando la sconfitta nel più clamoroso dei successi.

«Ehhh, molto beeella questa vittoria contro il Brasileeeh!» concluse il Pizzul coreano, prima di ridare la linea allo studio.

La prima era fatta, la nazione doveva essere in delirio, pensò Maxioi XII mentre congedava i telespettatori prima del coprifuoco delle 21, quando la corrente elettrica sarebbe stata staccata a tutta la Corea del Nord.

Continua a leggere

RACCONTI A CASO: Il paradiso è una prima serata di Rai Uno

Il paradiso è una prima serata di Rai Uno.
 
Pippo Baudo non aveva badato a spese. Trentamila euro, dopo tutto, non era un investimento che avrebbe dissanguato il suo conto corrente. Il lavoro era stato fatto bene, senza sbavature. Anche l’idea di imbottirlo con del pout pourri era stata vincente. E poi, a dirla tutta, la salma imbalsamata di Mike Bongiorno gli risolveva il salone, che aveva arredato Katia, e che lui aveva sempre trovato troppo barocco.
I giornali di tutto il mondo ne avevano parlato. Il furto della salma del celebre presentatore era stato un evento che aveva indignato l’Italia intera. Appelli della famiglia sulla Rai, condanne da ogni collega del mondo dello spettacolo sulla carta stampata. Ma lui, Pippo, inflessibile era andato fino in fondo. Era un’occasione troppo ghiotta per non essere sfruttata.
 
Da quando la Rai lo aveva sbattuto nella fascia pomeridiana, e su Rai Tre per giunta, Pippo era andato fuori di testa. Non era più andato a fare le prove e la trasmissione era saltata (al suo posto avevano messo in palinsesto un redivivo Umberto Smaila con un programma sulla chirurgia estetica). Preferiva sparire piuttosto che andare in onda alle 15 su quella rete inutile e di comunisti.
Lui era Rai Uno. E da Rai Uno non lo avrebbero scollato nemmeno col diluente.
A Mike aveva infilato uno smoking su misura perché, nonostante tutto, nutriva per lui un’arcaica forma di rispetto. L’aveva sistemato al centro del grande salone, i mobili tutti spostati contro le pareti. Aveva sbarrato tutte le finestre di casa, le persiane abbassate, le tende color salmone serrate. Era solo, solo con Mike, quando bussò il campanello.
 
drìììn
 
Il volto di Pippo Baudo si illuminò come un’abatjour.
Era Il Ruvido, lo stesso che gli aveva trafugato la salma di Mike. Sotto le braccia portava due sacchi neri di medie dimensioni, legati all’estremità superiori con una corda.
«’A Baudo, co’ questi so’ ventimila euri»
«Sono solo due» ribatté il presentatore siciliano «E gli altri tre? Dove sono gli altri tre?»
«Tranchilo brò, li tengo nel furgone, te scarico questi e vado a pija gl’altri».
Continua a leggere

RACCONTI A CASO: L’incrocio



L’incrocio

E poi capita che ci passi venti minuti, prima di attraversare la strada, qui dove vivo io.
E capita pure che ci passi altri venti minuti, se nessuno si ferma. E nessuno si ferma, mai. Non si fermano neanche se stai su una sedia a rotelle e c’hai una lancia conficcata nello sterno e il pronto soccorso è lì di fronte.
No. Loro devono andare, e allora va bene. Andate.
Così decidi di passarci la giornata, alle pendici di quell’incrocio, e ordini una pizza. La mangi, poi dormi, in terra, sotto al semaforo che lampeggia l’arancione. E anche se adesso, che è notte, e potresti passare perché di macchine non se ne vedono quasi più, tu decidi che no, vaffanculo, che così è troppo facile e allora devi aspettare il mattino dopo perché è giusto così.
Perché qualcuno si dovrà fermare prima o poi.
E allora al mattino dopo fai amicizia con l’edicolante, ti regala una copia del Corriere e ti spiega che quello è un incrocio maledetto e che, dieci anni prima, c’è morto suo nonno in un frontale con una Pegeout. Tu non capisci, però dici sì, e allora per paura non attraversi per il resto della giornata. Resti lì, a leggere il giornale, mangiare schifezze comprate al bar accanto e pensi che dovrai chiamare a lavoro e dire che non puoi andare, che devi stare fermo a un incrocio per attraversare.
Chiami a lavoro e loro pensano che tu scherzi. Il giorno dopo uguale. E dopo tre giorni ti licenziano e tu pensi che non è colpa tua.
Poi capita che ci passi due settimane, a quel semaforo. Che nessuno, nessuno, ti fa attraversare mai. E allora ti cresce la barba, inizi a puzzare un po’, però incontri tanta gente che ti spiega com’è la vita. E tu li vedi attraversare, loro sì, hanno coraggio, e tu no. Però pensi che va bene così. E a furia di dirti che va bene così, ti convinci che sei pazzo e non attraverserai mai più.
E allora metti su famiglia lì, all’incrocio.
Sì, perché incontri una donna, e te ne innamori. E lei di te. Fate due figli, all’incrocio, che nascono lì. Crescono lì, studiano lì, mangiano lì. E viene pure La Vita in Diretta a intervistarti e tu dici che sì, vivi lì. E Sposini (che quando c’era Cucuzza, voglio dire, tutt’altra cosa) sembra perplesso, allora tu dici a Sposini che deve fare il cesso, che venisse a viverci lui all’incrocio per capire cos’è la libertà.
Così capita che invecchi, sempre lì, all’incrocio. Tua moglie ti ama ancora, tu ami lei. I vostri figli sono andati a lavorare in America, ché in Italia, si sa, non c’è futuro per i laureati.
E quando muori vieni sepolto lì, all’incrocio, ma l’attimo prima di morire ti accorgi che la tua vita è stata un’immensa attesa, prima che qualcuno, da destra o da sinistra, ti lasciasse quel minimo spazio che serve, ad ogni essere umano, per essere vivo e felice.
E vaffanculo, tu ci sei riuscito pure da fermo a essere felice. E pensi, da morto, che va bene così. E che l’incrocio ti manca, perché in paradiso sono tutte strade dritte.
Però hai finalmente conosciuto Don Lurio.
© Marco Marsullo 2011
Questo racconto sarà incluso nella rivista Prospketiva, numero 52 (www.prospektiva.it)

RACCONTI A CASO: Un’estate fa

Un’estate fa

 
E mi giocai i ricordi provando il rischio 
Poi di rinascere sotto le stelle 
Dimenticai di colpo un passato folle 
In un tempo piccolo
 

(Un tempo piccolo – Franco Califano) 
 
Raimonda Torti Simonelli, presidente neoeletta della Regione Lazio, leggeva alcune circolari seduta alla scrivania del suo ufficio. Erano le sei del pomeriggio e fuori dalla finestra un temporale illuminava a tratti il buio d’uno dei primi giorni primaverili.
La giornata era stata un continuo scassamento di coglioni. Prima aveva dovuto ricevere un rappresentante dei COBAS che minacciava di far scioperare tutti gli insegnanti del Lazio, poi era rimasta bloccata a telefono per ore per una questione di alcuni appalti ad Ostia, infine aveva dovuto presiedere ad una noiosissima riunione del Consiglio Regionale. Uno strazio.
Non desiderava nient’altro che andare a casa, mettere i piedi in una bacinella d’acqua calda e guardare Amadeus in tivù. L’Eredità la faceva impazzire, il gioco della ghigliottina su tutti. Poco più di un’ora e il sogno si sarebbe concretizzato, doveva solo mettere le ultime due firmette e chiamare il sindaco Romolini per i dettagli di quella cerimonia al Gianicolo.
Anche se Luigi Romolini era stato eletto col 63% delle preferenze al suo secondo mandato, a lei restava sempre e clamorosamente sulle palle. Un ometto sottile, le spalle a collo di bottiglia, i baffetti da topo e quei capelli brizzolati che lo facevano assomigliare a un ragioniere di Varese. Nonostante fossero dello stesso partito politico e Romolini l’avesse ufficialmente appoggiata per la sua candidatura a governatrice, il gap incolmabile, per Raimonda Torti Simonelli, era rappresentato dalla differenza cromatica che li rendeva del tutto incompatibili.
Lei biancoazzurra, lui giallorosso. E lei, a tavola con un tifoso della Roma, prima di Romolini, non c’era mai stata. Se la ricordava bene quella cena di partito a Oriolo Romano, agriturismo “da Germana”. Quella pajata se l’era strozzata pur di piantarla alla svelta e tornarsene a casa.
 
«Pronto, Luigi, ciao» la governatrice si strinse forte l’indice tra i denti, poi mollò la presa e aggiunse «Sono Raimonda»
«Raimonda!» la voce tremula di Romolini, che nonostante i suoi cinquantatre anni pareva un settantenne, l’accolse così.
«Sì… Senti, ti chiamo per quella cosa al Gianicolo di martedì prossimo, capito quale?»
Ci fu una lunga pausa nella quale Raimonda Torti Simonelli pensò al peggio.
«No, quale?» riemerse dal baratro Romolini, seriamente perplesso.
La governatrice impiegò quasi dieci minuti per fare luce nella mente obnubilata del sindaco di Roma.
«Allora occhei? Tutto confermato?»
«Sì sì, cara, tutto confermato. T’abbraccio, a martedì»
«Ciao Luigi, grazie, ciao»
«Ah, mi so’ dimenticato di dirti ‘na cosa!» Romolini ripartì in contropiede.
Oddio, che scassacazzi.
«Dimme» sospirò Raimonda, battendosi una mano a paletta sulla coscia.
«Ce l’hai presente Augusto Fioroni? Il cantante?».
La governatrice del Lazio ebbe un sussulto, scavallò le gambe e si arpionò con una mano alla scrivania in vetro.
«Sì, certo!» quasi strillò.
«Sta con le pezze al culo. Mi ha chiamato il suo agente, sta per far uscire un caso sui giornali, pare che Fioroni voglia richiedere la legge Bacchelli, quella del vitalizio agli artisti che se morono de fame. Questo ho capito, almeno. C’ha chiesto ‘na mano…».
Gli occhi di Raimonda Torti Simonelli diventarono due laghi, le labbra presero quasi a tremare.
Augusto Fioroni era il suo cantante preferito. Un’estate fa era la canzone con la quale s’era innamorata di suo marito Lamberto, a Forte dei Marmi, nell’estate del 1986.
Sì, doveva fare qualcosa per lui. Era l’amore a chiederglielo.
 
*
 
Augusto Fioroni stava nella cucina di casa sua a girare una vodka scadente con dell’acqua tonica. La vestaglia aperta metteva in bella mostra le mutande ingiallite sul pacco, l’elastico un po’ slabbrato. Un rigonfiamento grande come un pallone da rugby gli penzolava verso il basso all’altezza dello stomaco. Non mangiava da due giorni; gli ultimi venti euro li aveva spesi per comprare quella vodka cinese e una bottiglia di rum importata dal Pakistan.
Dopo la prima sorsata fece una faccia simile a quella di uno che ha appena mangiato pasta con la merda. Si allontanò il bicchiere dalla bocca, tirò un sospirone e buttò giù il resto dell’intruglio con un solo sorso. Poi si asciugò la bocca con la manica della vestaglia.
«Anvedi che merda…» farfugliò, dirigendosi verso la camera da pranzo.
Lì avrebbe preso il telefono e chiamato per l’ennesima volta Ermanno Maltroppa, il suo agente, per sapere se c’erano novità sul casino che aveva piantato su tutti i giornali.
Augusto Fioroni non sapeva ancora che quella mattina avrebbe ricevuto una splendida notizia.
 
«Augù, bello» esordì Maltroppa, e quando Maltroppa diceva “bello” poteva significare una sola cosa «Tiette forte. Quella vitellona de’ la Torti Simonelli ha chiamato e ha detto che, dovessero cecalla, te fa avè la Bacchelli! Contento? Mò sai che titoloni, che pubblicità? Come minimo te chiamano all’Isola dei Famosi!».
Pensieri contrastanti invasero la mente ottenebrata dall’alcol del vecchio cantante.
A lui, detto in confidenza, dell’Isola dei Famosi non gliene poteva fregare di meno. Aveva settantadue anni, un’ulcera perforata, la prostata grande come un cocomero e un debito col padrone di casa di tre mensilità. Era stanco di andare in giro a cantare quelle quattro canzoni che la gente si ricordava e ancor più stanco di raccontare delle mille donne che si era scopato nella vita. Figurarsi ad andare in un’isola sperduta del Pacifico a mostrare le chiappe e a mangiare noci di cocco. Non aveva più l’età. Aveva buttato miliardi al cesso tra donne, liquori e macchine veloci. Era stato una merda; dentro, nel profondo, lo sapeva. Ma era cambiato, forse un po’ tardi, ma stavolta la lezione l’aveva capita. Forse avrebbe scritto un libro per raccontare la sua storia, un libro dove diceva la verità. Non dove raccontava delle orge nella sua villa ai Castelli e di quella volta che a Ponza aveva rimorchiato un transessuale.
Ora, però, doveva dirlo a quella iena di Maltroppa, i cui unici pensieri erano vendere lo scoop, resuscitarlo e mandarlo in tivù a piangere tra le zinne di Barbara D’Urso. Speculare su di lui fino a tumulazione avvenuta, e forse pure dopo.
Prese il coraggio in braccio e partì all’attacco.
«Ermà, grazie, che bella notizia» ragliò con la solita voce catarrosa «Però, vedi, a me basterebbero quei due soldi, giusto pe’ magnà, me so’ fatto vecchio, tu me capisci, vero?»
Ci furono tre secondi di silenzio.
«Ma certo, certo» sussurrò Maltroppa. Augusto Fioroni distese gli occhi impauriti in un sorriso.
«Capisco quanto sei stronzo! ‘A pezzo de merda! Tu c’hai un contratto, tu me devi un pacco de soldi, che te sei dimenticato, a fio de ‘na mignottaaa!» aggiunse Maltroppa, giusto per farsi capire.
«Tu devi da fare quello che te dico se voi continuà a magnà, sinnò mori nella merda tua, io te querelo per quei diecimila che ancora me devi e la finimo qua. Che dici?»
Il cantante aveva la gola secca, in bocca la vodka gli aveva lasciato una patina strana, un retrogusto quasi di benzina. Purtroppo non aveva scelta. Ingoiò, si inumidì le labbra con la lingua rasposa e disse: «E va bene, ce sto, fai quello che te pare»
«Beeello Augù, bravo. Te richiamo io» e buttò giù.
Un senso di solitudine invase le viscere di Augusto Fioroni. Lo stomaco gli bruciava per l’alcol che corrodeva le pareti in assenza di cibo da attaccare, ma la cosa non gli dava noia più di tanto. A quello era abituato, a sentirsi solo no. Da solo non c’era mai stato; di solito gli bastava una telefonata per organizzare qualsiasi tipo di serata, e invece, adesso, al solo pensiero di alzare la cornetta non sapeva nemmeno che numero comporre. L’avevano lasciato solo come un cammello che crepa nel deserto.
Pochi cazzi, erano tutti delle merde.

RACCONTI A CASO: Papà De Pasquale, buona sera

Papà De Pasquale, buona sera

Era un periodo particolare della vita di Luca De Pasquale.
In qualità di amico, beh, diciamo che ero un po’ preoccupato. Ogni volta che andavo a casa sua, nel suo loft specchiato che affacciava su via Pigna, non percepivo più nell’aria la stessa tranquillità di prima. Luca De Pasquale era inquieto, lo avrebbe capito anche un cammello ritardato. Poi, un giorno succede che trovo Luca De Pasquale conciato come Billy Idol che mi parla di Brendost, di Crain, della Dimensione 2000 (e di come questi fenomeni reagiscano combinati tra loro). Quella cena si svolse in un clima artico, tra i suoi singhiozzi e i miei perché. Tra la pasta al sugo e una fetta di pane della Conad, Luca De Pasquale vuotò il sacco: aveva voglia di avere un figlio, un figlio vero. Il cofanetto dei Rolling Stones con il poster di Mick Jagger poco più che ventenne non gli bastava più. Un figlio da vestire, da sfamare, un figlio da amare. Un figlio a cui tramandare lo scibile musicale, a cui leggere i propri racconti prima di farlo addormentare.
Sì, Luca De Pasquale aveva un problema. Un vero problema. Certo, anche volendo – mi disse – dove lo sistemo in 26 metri quadrati un infante? E i soldi? E i libri per la scuola?
Insomma, eravamo nella merda. Ascoltai devoto De Pasquale mitragliare lacrime di dramma e decisi di fare qualcosa. Avrei dato un figlio a Luca De Pasquale. Non biologicamente, certo, ma avrei fornito la prole in eredità al noto scrittore vomerese. Quella notte, prima di salutarci, guardammo su youtube una serie di risse di Sgarbi e di gol di Batistuta e capii in che direzione dovevo muovermi. Diedi la mano a Luca De Pasquale e, prima di svicolare definitivamente dal suo loft specchiato, gli feci una promessa: Luca De Pasquale farò qualcosa per te, te lo giuro su Maradona e su Dio Universale. E solo lui conosceva la reazione di questi due fenomeni combinati insieme. Scesi in strada, il freddo schiarì definitivamente le idee. Il giorno seguente sarebbe partita la mia missione.

Mi svegliai di buon ora (la mezza) e mi recai in un’agenzia del centro che affittava macchine, scooter, motoscafi e mongolfiere alimentate dal sacro fuoco di Brendon. Noleggiai una Panda bianca, annata ’82 come i mondiali di Espana (targata NA Y87632), e – fatto il pieno di benzina e Dimensione Acrain – presi l’autostrada. Sarei andato in Romania a prendere un figlio a Luca De Pasquale. Un bel bimbo biondo, ignifugo al fuoco sacro di Crain e Brendost, possibilmente agghindato in una maglia di calcio pezzotta di qualche squadra italiana. Questi, i requisiti che avevo letto nelle parole di Luca De Pasquale. Mi gonfiai il petto d’orgoglio in un respiro pavone: ce l’avrei fatta e Luca De Pasquale sarebbe stato di nuovo contento. Sarebbe tornato a scrivere di cosce tornite in calze sguainate, di coiti a ritmo di Progressive Rock e di monolocali. Insomma, avrei donato al mondo – nuovamente – il miglior scrittore della provincia oscura. All’altezza di Bologna rischiai, però, di prendere fuoco. Crain e Brendost facevano l’autostop in una piazzola d’emergenza ed io non li avevo riconosciuti a primo acchito. Avevo addirittura fermato la Panda (a “piede”, ché i freni, dopo una certa velocità, perdevano colpi) per farli salire ma, fortunatamente, mi resi conto in tempo che i due fenomeni, combinati, mi avrebbero fatto prendere fuoco all’istante. Sgommai via roboando una nube di fumo. Dovevo tenere gli occhi aperti 24 ore su 24; Brendon e la Dimensione 2000 mi stavano col fiato sul collo, mi erano ostili, era evidente. Se mi fossi rilassato un solo istante mi avrebbero fatto prendere fuoco come un arrosticino dimenticato sul grill e arrivederci alla Romania, al sorriso di Luca De Pasquale e alla letteratura italiana del primo XXI secolo. Arrivai al confine dopo venti ore di viaggio, con la Panda per metà in fiamme. Valicai la dogana a Tarvisio travestito da monaco leghista, con la maschera popolare del luogo (Borghezio Power Ranger) così da non destare sospetti, e mi addentrai nel ventre dell’est Europa. Avrei traversato l’impervia Slovenia prima di arrivare in Ungheria, dove avrei fatto una breve sosta di qualche ora per girare un porno ambientato in un casinò barocco. Ma le cose non andarono esattamente secondo i piani.
Vissi avventure incredibili; tra fiches, vibratori al gusto lampone selvatico e seni rifatti che parevano budini Cameo. Divenni Marco “twentyfour” Marsullo e la gente iniziò a riconoscermi per strada. Mi salutavano, inneggiando al sesso libero.
La ricchezza mi diede alla testa; in breve tempo i fumi viscidi del danaro – manna ingannatrice mandatami da Crain in persona – mi destabilizzarono, impedendomi di ricordare la missione per cui ero partito dall’Italia appena qualche giorno prima. Poi, come d’incanto, la mia illuminazione sulla via di Damasco. Mi apparve, vivido come se non fosse un sogno ma la vera verità, Giuliano dei Negramaro che danzava sinuoso su un motivetto un pop porno. Giuliano dei Negramaro mi ricordò il perché di tutto questo, riconsegnandomi le chiavi della Panda – che avevo scioccamente sostituito con una Saab decappottabile – dicendomi che per il pieno di benza ci aveva pensato lui. Lo ringraziai, lui si spogliò e mi obbligò a guardarlo avere sei rapporti sessuali con se stesso. Lo scotto da pagare per chi perdeva la retta via, pensai. Il mattino seguente, dismessi i panni del porno divo magiaro e fattomi laserare via il tatuaggio di Rocco a Praga, mi rimisi nella Panda, pronto a traversare gli ultimi chilometri della mia Odissea personale. Mi accorsi che Giuliano dei Negramaro aveva lasciato sul sediolino posteriore dei suoi slip usati. Deciso a non farmi più distrarre da nulla, li scaraventai fuori dal finestrino e sgommai alla volta della Romania.
Dopo qualche ora sulle strade rumene, mi parve di essere tornato a casa, nella Napoli che ricordavo. Groviere d’asfalti e pozze d’acqua marroni mi accolsero, come presagio di labirinto mentale. Era chiaro che Crain, Brendost e perfino Brendon, si erano adunati al confine tra la Romania e la Dimensione 2000 per farmi perire, proprio a pochi passi dalla meta. Raggiunsi Otopeni, piccolo sobborgo nei pressi di Bucarest. Avevo letto su internet che lì scambiavano bambini, sani e bellissimi, con figurine di Roberto Baggio e Totò Schillaci. Ovviamente ero pieno di effigi dei due celebri calciatori. Arrivai nel centro abitato e venni accolto da festoni colorati e dalla banda cittadina, vestita con le maglie della Dinamo Bucarest (mi dissero poi che era il loro completo per la festa). Venni sfamato, vezzeggiato e proclamato cittadino onorario. Il sindaco, un trans di nome Venezuela, mi consegnò le chiavi della città. La Panda venne lavata, a mano, da degli immigrati calabresi. Mi dissero che al mattino seguente mi avrebbero portato al bambile per scegliere l’infante che avrei preferito, ma prima volevano vedere la merce, le figurine. Con una certa tracotanza sbattei sul tavolo il codino di Baggio e gli occhi spiritati di Schillaci durante Italia ’90. Un boato accompagnò il movimento. Festeggiammo per il resto della notte con le note di “Vamos a bailar” di Paola und Chiara, tra fiumi di vino in cartone e dolci calabresi fatti in casa. Mi portarono, che era praticamente l’alba, nella mia tenda, augurandomi una buona notte. Dopo qualche ora saremmo andati a scegliere il bambino. Il bambile era un luogo tutt’altro che deprecabile. I bambini erano tenuti in ampie gabbie riscaldate, con timer automatici per il rifornimento di acqua e biscotti Plasmon, che irrigavano le ciotole dall’alto con un meccanismo computerizzato gestito da un Ibm 3.86 (compatibile). Fui molto critico nell’osservare i marmocchi. Luca De Pasquale si meritava il meglio, non avevo dimenticato i requisiti di scelta, ma pareva non esserci trippa per gatti. Chi era troppo grasso, chi non aveva un occhio, chi era convinto di essere un vampiro. Insomma, stavo per mollare e riprendermi la mia figurina di Baggio che calcia la punizione con la maglia della Juve, quando in un angolo notai un bimbo mingherlino fasciato da una maglia della Cremonese degli anni ’90, quella col numero 11 di Andrea Tentoni, ex idolo della curva di Cremona. I fluenti capelli biondi coprivano un po’ gli occhi azzurri, e un sorriso sdentato sembrava dire: “Prendimi, prendimi, forza Cremonese, alè alè”. Non esitai oltre. Indicai l’infante e scelsi di portarlo con me. Rinunciai alla confezione regalo, salutai i miei amici rumeni (ancora la banda cittadina accompagnava l’operazione, intonando stavolta una canzone di Sabrina Salerno) e mi rimisi in viaggio per tornare in Italia con Florian, il nuovo figlio di Luca De Pasquale.
Mentre macinavo i chilometri nel verso opposto, pregustavo la faccia di Luca De Pasquale che, al ritorno dal reparto dischi dalla Knack, avrebbe trovato in casa Florian. Florian De Pasquale. Insegnai, nei due giorni di viaggio, l’italiano al bimbo. Gli fissai in mente delle frasi da dire una volta visto il nuovo genitore. Florian sembrava piuttosto recettivo, tant’è che aveva imparato tutto a menadito già all’altezza di Padova Est. Le ultime ore di viaggio sgusciarono via in un tramonto che sapeva di liberazione: ce l’avevo fatta. Quella notte, quando arrivai a Napoli, uscii direttamente al Vomero dalla tangenziale (andando piano perché c’erano i tutor attivi), direzione via Pigna. Entrai nel palazzo di Luca De Pasquale che Luca De Pasquale non era ancora tornato. Ne avevo la certezza perché quel giorno, in Knack, aveva il turno dalle 6 alle 24. Corsi con Florian fino al secondo piano dello stabile e, arrivato di fronte alla porta di Luca De Pasquale, la sfondai con un calcio. Stella, la gatta strabica, mi accolse rotolandosi sul marmo gelido. L’accarezzai e la feci socializzare con Florian, che pareva amasse gli animali. Preparai una pasta al sugo col battuto GS e attesi che Luca De Pasquale tornasse dalla Knack per mostrargli la clamorosa sorpresa. Florian sembrava vivesse lì da sempre. Aveva già iniziato a giocare con i dischi dei Prodigy, costruendo una tana con i vinili e i cuscini del letto. Poco dopo la mezzanotte sentii la porta aprirsi (a mano, era sfondata!) e vidi un intimorito Luca De Pasquale solcare il mini corridoio per arrivare nel salotto (che poi è il resto del loft). Appena mi vide rasserenò il volto in un’espressione compiaciuta. Sorrise liberato, dicendomi che aveva avuto paura che ad entrare fosse stato Crain o, peggio ancora, Brendost l’ignifugo. Solo che, non vedendo il fuoco, si era insospettito. Era stanco in volto e nei gesti. Gli dissi: “Luca De Pasquale ho una sorpresa per te, guarda!” e lasciai uscire da sotto il letto Florian, ancora avvolto nella maglia della Cremonese di Tentoni. Il bimbo, riconosciuto il nuovo padre dalla mia descrizione sommaria, gli saltò al collo. “Papà De Pasquale! Scrittore! Papà De Pasquale! Buona sera”. Luca De Pasquale scoppiò a piangere e iniziò a maledire Crain, Brendon, Brendost, la Dimensione 2000 e Dio Universale. Da allora Luca De Pasquale e Florian De Pasquale vivono insieme nel loro loft, giocando a subbuteo, ascoltando heavy metal e leggendo, rigorosamente insieme, i racconti che papà De Pasquale scrive ogni notte. Tra cosce tornite e autoreggenti ombrate.

Nota dell’autore:
Crain, Brandost, Acrain, Brendon, Dimensione 2000 e Dio Universale, sono parti della mente del notorio mago campano Gennaro D’Auria.

Durante la stesura di questo racconto nessun bambino è stato maltratto.
Solo la lingua italiana ne ha risentito un po’. Ma niente di che.

© Marco Marsullo 2010