Qualche novità, e poi “Dio si è fermato a Buenos Aires” (che non è una visione mistica, ma un libro)

controm Era da un po’ che non scrivevo sul sito. Negli ultimi mesi sono successe alcune cose, tutte molto buone per fortuna, che poi uno se lo dimentica che nella vita possono capitare pure le cose brutte e pensa che è sempre tutto dovuto. Invece no. Quindi, parliamo delle cose belle. Sempre.

In foto qui su, a sinistra, c’è la copertina di un libro, uscito lo scorso 23 ottobre per la collana Contromano di Laterza. Si chiama “Dio si è fermato a Buenos Aires”, lo abbiamo scritto insieme io e Paolo Piccirillo, e altro non è che il resoconto del nostro mese a Buenos Aires dello scorso gennaio. Dentro ci trovate molte parolacce in argentino, i barrios argentini, la carne argentina, le femmine argentine, la tristezza e l’allegria argentina, i martiri della dittatura argentina. Insomma, l’Argentina. Ce la siamo vissuta sotto la pelle e abbiamo provata a metterla in un libro con la stessa intensità. Fateci sapere.

In tutto questo, durante l’estate “L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache” ha fatto altre due ristampe, è arrivato alla quarta in tre mesi, è stato inserito da Panorama nella lista dei libri più letti dell’estate 2014, e ha suscitato molto interesse per alcune cose cinematografiche che, tanto, finché non si realizzano è inutile anche dirlo, perché con il cinema è così. Quello che conta è che anche il secondo romanzo è andato molto bene. L’anno prossimo, autunno 2015, ne uscirà un altro, sempre con Einaudi Stile Libero, ma ne parleremo a tempo debito.

Per il resto io sto bene, dormo sempre poco la notte, sto mettendo da parte i soldi per comprare la nuova xbox (ma forse a ‘sto giro non me la compro), potete sempre leggermi sulla Gazzetta dello Sport, sono spesso in giro per presentazioni (le prossime: 6 novembre a Ravenna e 7 a Monterotondo, Roma; sono le prime due che mi sono venute in mente, ma ce ne sono molte altre). E direi che è tutto, per ora.
Quindi passo e chiudo. Ci sentiamo presto.

abbracci & baci.

 

“L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache”, il mio nuovo romanzo (ristampato dopo 36h. dall’uscita, olè!)

i 4 di rete mariaDoveva succedere sul serio, prima o poi. Per forza. Ogni ecosistema muta, si rinnova, muore e rinasce e così via (sto sparando cazzate, ma statemi dietro, ora arrivo al punto). Doveva succedere, dunque, anche che uscisse un mio secondo romanzo, dopo Atletico Minaccia Football Club, che tanto vi/mi ha divertito e si è espanso per la penisola (e anche oltre, pure in Olanda), fino a finire, proprio in questa settimana (dal 6 giugno al 12), allegato a L’Espresso. Ma vabè, questa è un’altra storia. Qui si parla del futuro, quello fresco. Qui si parla del mio secondo romanzo.
Che a 36 ore dall’uscita è stato RISTAMPATO. 
E non lo diciamo per fare i fighi, noi di Einaudi. Sul serio, RISTAMPATO.

L’AUDACE COLPO DEI QUATTRO DI RETE MARIA CHE SFUGGIRONO ALLE MISERABILI MONACHE. No, non vi sto prendendo per il culo, si chiama proprio così. Lo ha edito, ancora, Einaudi Stile Libero, ed è in libreria dal 10 giugno.
È la storia di quattro vecchi (un po’) pazzi. La voce narrante è quella di Dino Agile, 74 anni e “la prostata grande quanto la Danimarca”. Il classico vecchiaccio incazzato che ce l’ha con tutto e tutti, tranne che con i suoi tre compari, che con lui dividono il destino a Villa delle Betulle, casa di riposo in provincia di Roma. Guttalax: sorridente e bonaccione, sempre pronto ad assecondare il volere della maggioranza per affetto, più che per volontà propria. Rubirosa: dipendente dal Viagra, che assume più volte al giorno, “per tenerlo sempre pronto, come in una prova anti incendio”, ossessionato da qualsiasi donna, purché over 60. Infine, Brio: il braccio armato del gruppo; chiamato così per via del Parkinson che lo scuote tutto, e ciò nonostante un cecchino con la sua inseparabile fionda e i suoi piani dinamitardi e al limite della realtà. Un giorno: l’occasione della rivincita. Le “Miserabili Monache” dell’ordine di Santa Lavinia d’Oriente (di cui anche Agile si domanda l’effettiva esistenza) comunica ai residenti di Villa delle Betulle che è stata organizzata una visita di due giorni a Roma in occasione della beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. È allora che Brio propone ad Agile e gli altri di occupare la sede romana dell’emittente tivù cattolica Rete Maria per rimuovere (e “far brillare”) Padre Anselmo da Procida dalla lettura del rosario delle 18; colpevole di pronunciare la preghiera con un’odiosa zeppola. Troppo, per uno come Brio. Agile asseconda il piano folle del suo compare per un motivo preciso: a Roma vive Flaminia, la donna che quando faceva lì il militare, a 19 anni, gli ha spezzato il cuore. E lui vuole ritrovarla. Osteggiati da Capitan Findus (il rivale storico di Agile) e i suoi due scagnozzi Sciabola e Uccello, partiranno così in un’avventura surreale e scorrettissima nella capitale, dove saranno coinvolti in battaglie feroci all’alba, tra i Fori Imperiali, furti, baratti al limite della legalità, feste della borghesia capitolina. L’ultimo guizzo di libertà prima del sipario.

E niente, ho provato a farvi ridere, e farvi pensare. Ho provato a dare voci a quattro vecchietti che, probabilmente, nessuno avrebbe ascoltato. Gli ho messo nelle mani armi da guerra di bottoni, piani esplosivi, missioni in codice, forza e coraggio. Ho provato a dipingere l’universo degli anziani come quello dei bambini, con le proprie regole e i propri dolori. Ma soprattutto: le proprie gioie, quelle incontenibili di questo romanzo, della loro rivincita. Ci ho provato. Voi fatemi sapere se vi è piaciuto, io resto a disposizione. Ci tengo.

Chiaramente, ancora una volta: Adelante! Il viaggio è lungo e questo è solo il secondo romanzo. Ma intanto siamo qui, godiamoci il paesaggio.

Un ultimo grazie va a Rosella Postorino, Severino Cesari, Paolo Repetti, TUTTO l’ufficio stampa Einaudi, l’ufficio diritti, Davide Bonazzi per l’illustrazione beatlesiana in copertina, Riccardo Falcinelli e chiunque, nessuno esclusa, ha lavorato e lavorerà per rendere questo romanzo sempre più visibile a tutti. Scriverlo è stato stupendo, ma il vero privilegio è poter contare su una squadra forte e disponibile come quella di Einaudi.
Stile Libero, a parte, che quello lo siamo nell’anima, noi.

in fede,
Marco Marsullo, un ragazzo felice di poter scrivere ed essere letto.

“Buiten Spel”, di Marco Marsullo. Ora vi racconto una storia bella, di un autore tradotto in Olanda.

mailm

queste parole sono per una persona a cui voglio un grande bene,
una persona col sorriso sottile e gli occhi sereni,
una persona preziosa perché è diventata un’amica,

un’olandese napoletana.
Manon Smits.

Buitenspel_MarsulloCome tutte le cose belle che si incontrano nella vita, io Manon Smits l’ho conosciuta per caso. Con quella mail che vedete lassù. Una mail che lessi una mattina di gennaio del 2011, con gli occhi un po’ increduli e un po’ assonnati (mi alzo tardi, nell’ambiente si sa, quindi non raccontiamoci cazzate). Ricordo esattamente quello che feci. Scrissi alla mia ragazza, che era a lavoro. E mi ricordo che non sapevo cosa dirle di preciso. Ricordo solo la felicità, di entrambi. Che poi, felice per cosa? Nel senso: potevo essere sorpreso, lusingato. Ma felice: perché? Non era una notizia di una traduzione (Atletico Minaccia non sapevo neanche quando sarebbe uscito, di preciso). Non era nulla di concreto, nulla nemmeno all’orizzonte, ma io ero emozionato. Credo che ci siano dei momenti dove, chi è bravo a riconoscere la sorte, veda il futuro. Credo ci siano delle persone che incontri, che più di tutte le altre, sono destinate a essere pezzi preziosi della tua scenografia. Mi è successo con qualche amico, una ragazza, una editor, un direttore editoriale, un gatto, una decina di calciatori, un paio di scrittori. E sono tutti ancora qui (quasi tutti, ma si sa, non hai pensieri senza mancanze), belli saldi, a insegnarmi cosa essere, come esserlo o non esserlo più. Insomma: io quella mail di quella traduttrice olandese me la sono riletta molte volte, prima di risponderle. Iniziammo a scriverci, a raccontarci cose della nostra vita, del nostro lavoro (lei in Olanda è una delle più famose traduttrici). Iniziammo a starci sinceramente simpatici. Manon prese a cuore l’avventura, e io le avventure come queste le ho nel cuore già prima di pensarle possibili. Dovevamo diventare traduttrice a autore, pochi cazzi. Ce l’avremmo fatta. E la cosa che più di tutte mi ha colpito, ora che conosco bene la vita e il lavoro (la mole, soprattutto) di Manon, è che lei non aveva nessun bisogno di tradurre me, ventenne autore sconclusionato, sì esordiente Einaudi, ma pur sempre uno sconosciuto con dei capelli improbabili. Lei ha sempre un libro da tradurre, una corsa da fare per incastrare due, tre titoli. Offerte, proposte, viaggi in giro per l’Europa per festival e fiere. Lei non aveva bisogno di me, io, di sicuro, molto più di lei. Però la forza che ha messo in questa faccenda, la forza che ha trasformato Atletico Minaccia Football Club in Buiten Spel (la copertina è lì, in alto, lo so che ci eravate arrivati anche voi, non vi incazzate), è stata una forza senza pari. Io e Manon eravamo due ragazzini che si erano incaponiti, che volevano dare il meglio di loro stessi per vedere concretizzato il loro gioco preferito. Ci volevamo bene, tanto, e il modo per dimostrarcelo era questo: fare il miglior lavoro che potessimo, l’uno per l’altra. E allora: mail su mail, tra noi, all’ufficio diritti Einaudi (Anna Dellaferrera: GRAZIE, sempre, per questo e tutto il resto), al mio agente (Daniele Pinna: sei licenziato anche qui, però grazie, ti riassumo entro le 19 di oggi), agli editori olandesi che potevano essere interessati alla storia. Presentazioni incrociate, finte casuali, al Salone del Libro di Torino, telefonate per appuntamenti “sotto alla T” (la prima volta che ci siamo visti eravamo a Torino, in fiera, e avevamo appuntamento sotto al padiglione T; ma a telefono non ci trovavamo, eppure entrambi asserivamo con forza di essere sotto una T. Poi abbiamo capito che erano due corridoi diversi). È stata una storia di risate, di confessioni, di aiuti, di incontri. Ho avuto il privilegio di conoscere la sua famiglia. Il suo compagno Pieter van der Drift (anche lui traduttore, e sosia di Sting), e i suoi stupendi (stupendissimi) quattro figli. Li ho avuti da me a Napoli, tutti e sei, per due settimane in una calda e bellissima estate, che se solo ci penso non smetto di sorridere. E come in tutte le amicizie vere, quelle pulsanti, ci siamo anche incazzati. In verità, si è incazzata lei con me, e aveva ragione. Una volta ero in ritardo con delle piccole spiegazioni sulla traduzione e non le avevo risposto a una mail per una settimana (Atletico Minaccia ha tantissime parole in dialetto, o modi di dire tipici del Sud Italia, e Manon è stata incredibile a capirli tutti, ma a volte giustamente le serviva una mano; anche perché, come può un olandese capire “la cazzimma”? E Siani mi perdonerà se l’ho citato). Be’, quel giorno Manon mi ha ricordato una cosa: che l’amicizia non è un permesso per lavorare meno bene, e che anzi, ha il compito di rafforzare il rispetto in una collaborazione. Perché per un amico devi esserci subito, anche quando ti traduce un libro. E io quella mail dura e decisa di Manon me la porterò per sempre nei ricordi, come tutte le altre belle e spensierate. E se anche lei ne ride di questa cosa, e un giorno magari se la dimenticherà, io no. Io Manon me la porto nel cuore felice e incazzata, perché è così che si fa con gli amici. Te li conservi con tutti i colori, e con loro dividi la sorte, un pezzo di vita che ti porta dove gli pare a lui. L’importante è essere uniti.
Come l’altra sera, quando abbiamo fatto un aperitivo a Roma, insieme, dopo che avevo finito una giornata di editing da Einaudi. E mi sono accorto che mi ero dimenticato le chiavi della macchina in casa editrice, ormai deserta, alle nove di sera. E Manon era lì, accanto a me, su una via Giulio Cesare deserta, la notte di San Valentino, mentre chiamavo Rosella Postorino che, giustamente, a cena fuori non sentiva il cellulare.
E noi due eravamo lì, insieme, a sorridere della mia testa di cazzo, di fronte a una macchina chiusa, parcheggiata a Roma, sotto gli alberi spogli dell’autunno mentre tutti sceglievano in quale ristorante cenare la notte degli innamorati.
Ve l’ho detto: io Manon l’ho incontrata per caso.

“Buiten Spel” uscirà in Olanda il 6 marzo, tra pochi giorni, sarà pubblicato dall’editore Thomas Rap, e io sono fiero di me, di Manon, di chi ci ha aiutato in questa impresa divertente, in chi ha creduto in una delle più grandi traduttrici olandesi e in un ragazzo con una storia. Che se il mondo facesse sempre così, dare credito a chi conosce la chiave per le parole di chi le inventa, le cose sarebbero tutte più chiare.

grazie, Manon.
il tuo autore preferito (lo sai, sono un po’ così, “supremacy”): Marco.
:)

Ho finito un bel romanzo che leggerete nel 2014, gente

22Ho una notizia da darvi: il romanzo che stavo scrivendo, il mio secondo romanzo, quello per cui la critica quasi sicuramente mi impalerà vivo e il pubblico dirà: eeeeeeh, era meglio l’altro!, sì, proprio quello, è finito. D’accordo, mi fermo un momento, vi do il tempo di chiamare i vostri parenti e comunicare la notizia. Fatto? Bene. Sì, l’ho terminato, proprio come mi ero prefissato, per una suggestione strampalata (si vive di suggestioni strampalate, andiamo), il 23 di dicembre. È una commedia, ancora più scatenata di Atletico Minaccia Football Club, ma NON è il suo sequel. Ho deliberatamente scelto di non scrivere un sequel per due motivi: 1) Il romanzo è andato bene, oltre le mie aspettative, è stato letto da un alto numero di persone, e proporre in libreria una storia che fosse il proseguo di una storia già scritta, e letta, non mi sembrava il modo migliore per farvi capire che io voglio fare sul serio. Ma proprio sul serio. Talmente sul serio che tra dieci anni voglio che vi ricordiate ancora di me e dei miei romanzi, e via così. E poi, ho talmente tanti di quegli universi paralleli nel cervelletto che un sequel adesso proprio no, serviva farlo respirare (il cervelletto), cacciando fuori una delle tante storielle che vi proporrò negli anni a venire.
2) Ho scritto un romanzo d’esordio “sul” calcio, ci siamo. Un romanzo adatto anche ai non appassionati di pallone, tanto che molte persone che di calcio non hanno mai visto neanche un primo tempo, si sono appassionate alle vicende di Vanni Cascione & company. Dopo di che ho iniziato a scrivere anche per la Gazzetta dello Sport, sono ogni tanto ospite in tivù di trasmissioni calcistiche (Tiki Taka, Zona11pm). Ma io nella mia vita non voglio scrivere solo di calcio. Anche, di calcio. Sempre. Non escludo altri libri che vertano sul tema, da qualsiasi punto di vista. Ma ora no. Io voglio fare lo scrittore sopra ogni cosa, e parlare di altre cose, tante cose. Rischiare, imparare, conoscere.

Detto questo, questo romanzo nuovo uscirà, sempre per Einaudi Stile Libero, la primavera (tarda, aprile/maggio) 2014, salvo improvvise virate, ma qui su aggiornerò passo dopo passo. Io per quella data sarò bello tonico, concentrato e, soprattutto, spero ancora vivo. La paura di restare ucciso durante l’attesa dell’uscita di un romanzo è sempre viva in me e sempre lo sarà. Ma di questo libro parleremo bene quando ne sarà il momento, ora compratene altri, non pensate a me.
In questo nuovo romanzo ho messo la stessa sincerità che ho messo nel primo, ho provato a fare qualcosa di diverso ma senza pensarci troppo, semplicemente ascoltando la passione che mi muove le mani. Che poi, credetemi: restare così è la più grande sfida che mi pongo. Fare questo mestiere con la voglia che ho ora e che ho avuto con Atletico Minaccia. Se davvero ci riuscirò lo dirà il tempo e chi mi leggerà. I cavalli di razza non si vedono in partenza, ma all’arrivo.
A fare due metri con uno scatto so’ buoni tutti. Le maratone no, là so cazzi. Ovviamente, fate finta che abbia espresso il concetto come se lo avesse espresso, che ne so, Umberto Eco. Avete capito, dài.
Sotto, una clip di me che finisco il romanzo e mi rendo conto della situazione della mia testa e, soprattutto, del mio cuore. Ma questa è un’altra storia, magari un giorno ve la racconto.

Che dirvi. Buon 2014, buon tutto, leggete tanto, voletevi bene.
E sempre grazie, così, in generale.
abbracci & baci

SUPERCLASSIFICA: I DIECI libri da farsi regalare (o regalare) a Natale. Versione 2013

2013natli Alcuni di voi non avevano ancora fatto l’albero a casa, spiazzati dall’assenza della mia lista dei libri da regalare, o farsi regalare, per il Natale imminente, che bussa alle porte, reclamando i vostri soldi per fare la felicità di qualche vostro amico, parente, fidanzato/a. Io ho provato a resistere alla tentazione, ho provato davvero. Più che altro, ho la consegna del nuovo romanzo che mi sta facendo vivere secondo il ritmo circadiano dei gufi (come al solito, ma stavolta più seriamente); vado a letto alle 7 del mattino, quando voi vi alzate, mi sveglio alle 14 con quella sensazione di nausea tipica delle donne incinte (immagino) o di un post sbronza. Pranzo alle 17, quando mi ricordo, il più delle volte con una tavoletta di cioccolato Milka-Oreo (ma il trucco del Diavolo non era quello di dimostrare al mondo la sua non esistenza? Be’, ha toppato, Milka-Oreo la prova, e come). Poi ceno all’orario dei comuni mortali, chiaramente senza fame, e riprendo a scrivere la notte fino al mattino. Che bello, fare lo scrittore. Detto questo (il prossimo romanzo uscirà in tarda primavera del 2014, poi vi dico il mese preciso, premiate il mio sforzo, vi prego, se non per me, fatelo per l’industria dei gufi e della Milka-Oreo), ecco a voi la mia personale, anacronistica, lista dei libri che più mi sono piaciuti in quest’anno del Signore e che vi consiglio di regalare o farvi regalare. Non dirò cazzate solite del tipo: Dài, a Natale regaliamo tutti un libro! Di mestiere scrivo, di certo non vorrei che si incrementasse la vendita delle macchine per fare i cioccolatini a discapito dei miei amati libri. Ergo: fate conto che lo avessi detto. Insomma, ecco a voi la SUPERCLASSIFICA dei DIECI libri da farsi regalare (o regalare) a Natale 2013.

10° Posizione: La strada (Einaudi) di Cormac McCarthy. Lo confesso, senza paura di essere trafitto da delle lance (tanto sto a casa mia, il bello di parlare al mondo tramite un computer): io McCarthy non me lo ero cagato mai più di tanto, e questo romanzo mi mancava. E mi sono mangiato un po’ le mani, perché è uno dei libri più avvolgenti che abbia mai letto. Un intero libro narrato come se fosse un istante lunghissimo, un padre e un figlio sopravvissuti a un’Apocalisse che ha distrutto tutto. Di una potenza massacrante.

9° Posizione: Dio giocava a pallone (Nottetempo) di Giorgio Ghiotti. Metto questo libro di Giorgio Ghiotti (che ho avuto il piacere di conoscere poi a Pordenonelegge) per un semplice motivo: il ragazzo ha 19 anni. Voglio dire: vi lamentate che i “giovani d’oggi” non hanno interessi se non per gli smartphone e le droghe sintetiche, questo qui ha interesse per la letteratura, e ha scritto un libro di racconti che, per quanto non sia esattamente legato alle mie corde di lettore, mi ha impressionato. E il fatto drammatico è che ho già gli eredi (in senso anagrafico, sicuro che Giorgio mi devasterà negli anni, non è questo il problema). Cazzo, e io che credevo che a 28 anni fossi gggiovanissimo.

8° Posizione: Il momento è delicato (Einaudi Stile Libero) di Niccolò Ammaniti. È una tradizione, gente. Io in ogni lista natalizia un romanzo di Nic ce lo metto. Perché credo in una cosa fondamentale, nella vita: non devi mai dimenticare chi sei, e da dove vieni. E io vengo, come lettore e narratore, da lui. Non si prescinde. E poi, in questo libro di racconti (che avevo praticamente già letto tutti, tra vecchie antologie e vecchio sito), ce n’è uno che mi ha fatto capire cosa è ridere: “Un uccello molto serio”. Maestro.

7° Posizione: La terra del Sacerdote (Neri Pozza) di Paolo Piccirillo. Paolo è il mio migliore amico (nella top 3, diciamo che dipende da se mi porta dei regali la prossima volta che va fuori senza di me), meglio dirlo prima, anche se l’ho conosciuto dopo le nostre prime pubblicazioni. Però Paolo è anche il migliore scrittore italiano (dopo di me, ovvio, c’era da chiederselo?) della nuova generazione. Questo libro ha i suoi punti deboli (se a cavallo tra i 20 e i 30 scrivessimo già opere perfettamente organiche sai che palle?), ma ne ha alcuni troppo forti. Paolo ha la capacità di essere distaccato dal mondo reale e crearne uno parallelo perfettamente reale. Vi do un consiglio, veramente: non prendete questo se non volete, prendete quello di dopo, e quello dopo ancora. Vi accorgerete di quello che ho detto. Lui ha le storie, pochi cazzi. Sempre se non muore per un’influenza con picchi di 37.2° durante un inizio di autunno (Piccirillo è molto cagionevole, sappiatelo).

6° Posizione: Il tempo è un bastardo (Minimum Fax) di Jennifer Egan. Semplicemente: un romanzo americano come dovrebbe essere un romanzo americano. Dialoghi assurdi, una protagonista che sembra una di un romanzo di Palahniuk, ma bella (non fisicamente, eh). Crudo e cinico, indimenticabile, compulsivo come la sua voce narrante.

5° Posizione: Qui non crescono i fiori (Isbn Edizioni) di Luca Giordano. Una storia ambientata in un’isola che potrebbe essere Lampedusa. Cani e ragazzini i cui destini si incrociano come strade di campagna dove nessuno passa mai. Potrei scrivere frasi del genere per ore (non per ore, per minuti sì, però). Quello che conta è che il discorso per Luca Giordano è simile a quello fatto per Piccirillo poc’anzi. Autentico, questo ragazzo. Vi dico che la sera che l’ho conosciuto, a una festa a Torino, si è fatto cadere di mano un cocktail mentre era perfettamente fermo, immobile, a fissare il vuoto. Io ci farei una fascetta per un uomo così meraviglioso. Fidatevi.

4° Posizione: Rayuela – Il gioco del mondo (Einaudi) di Julio Cortazar. Ci ho messo del tempo, ce ne sto mettendo ancora. Questo romanzo è un casino, sia se lo leggiate dalla prima all’ultima pagina, sia se seguiate l’ordine che l’autore, a inizio romanzo, vi propone per una lettura parallela, ma efficace ugualmente. Mosaico scomposto di lingua ed emozioni. Cortazar pure lo avevo snobbato troppo, ora si recupera il tempo perduto.

3° Posizione: Uno stupido angelo (Elliot) di Christopher Moore. Chi mi conosce lo sa, Moore vale come Ammaniti. Genio. Inutile raccontarvi la trama: è una rivisitazione di un classico romanzo di Natale, con lo spirito dissacrante e cazzeggione di Moore. C’è un Moore per ogni anno, signori. I’m lovin’ it. E un giorno riuscirò a stringergli mano; quando ero a San Francisco (dove lui vive) gli avevo proposto una rapina insieme, su facebook, ma lui non mi ha cagato di pezza. Forse perché non avevo un piano.

2° Posizione: I Sette pazzi (Einaudi) di Roberto Arlt. C’è un personaggio, Erdosain, che sull’orlo della sua crisi più nera (perde moglie e lavoro), si unisce a una misteriosa setta che vuole dominare il mondo e da lì in poi gli succederanno dei casini maestosi. Una specie di Grande Lebowski, mettiamola così, in chiave sudamericana. Sono bravo a invogliarvi nel comprare i libri, ve’? È che, secondo me, un libro si prende sulla fiducia di un consiglio, non sulla spiegazione della trama. Là basta aprire google, lui ne sa più di me.

1° Posizione, tra i DIECI libri da farsi regalare (o regalare) a Natale 2013: Inutile tentare imprigionare sogni (Marcos y Marcos) di Cristiano Cavina. Ed è il secondo anno che al mio primo, personale, posto, c’è un libro della Marcos y Marcos. Cavina, per me, è superbo perché uno degli scrittori più sinceri e amanti delle storie che ci sono in Italia, e quindi incontra, con ogni sua storia, il mio personale gusto di lettore. Lieve, sconclusionato, ironico, dissacrante, proprio come la vita di tutti i giorni (o come dovrebbe essere, la vita di tutti i giorni). Io spero un giorno di essere il Cavina di qualcuno; da autore, sentirmi dire quelle cose, sarebbe uno dei miei più grandi traguardi. Per ora lo leggo, lo ammiro, e imparo. Voi fate altrettanto. Amen, fratelli!

Y feliz Navidad para todos.